AHIII: Grido del Salento

Fimmene fimmene ca sciati allu tabaccu 
‘nde sciati dhoi e ne turnati a quattro 
ci bu la dice cu chiantati lu tabaccu 
la ditta nu bu dae li taraletti 
ca poi li sordi bu li benedicu 
bu ‘nde cattati nuci de Natale 
te dicu sempre cu nu chianti lu tabaccu 
lu sule è forte e te lu sicca tuttu 
fimmene fimmene ca sciati alle vulie 
cujitine le fitte e le cijare 
fimmene fimmene ca sciati a vindimmare 
e sutta lu ceppune bu la faciti fare 
e Santu Paulu mie delle tarante 
pizzichi le caruse a mmienzu l’anche 
e San Paulu mio de li scarsuni 
pizzichi li carusi alli cujuni.
Donne , che andate al tabacco 
andate a due e ne ritornate spezzate a quattro 
chi ve lo dice di fare il tabacco 
la ditta non vi dà i telaietti 
che poi i soldi ve li benedico 
comprate noci a Natale 
ti dico sempre di non piantare il tabacco 
il sole è forte e lo secca tutto 
donne, che raccogliete le olive 
cogliete le fitte e le rade 
donne, che andate a vendemmiare 
e sotto il tralcio ve la fate fare 
e San Paolo mio delle tarante 
pizzichi le donne tra le gambe 
e San Paolo mio dei serpenti 
Pizzichi i maschi fra i testicoli. 

(Aramirè 1997) 

Donne, protagoniste di un affascinante e complesso fenomeno a lungo considerato in bilico tra malattia fisica, psicosi, esaltazione mistica, possessione: il Tarantismo. 

Il Tarantismo ha radici antichissime che affondano nello spazio di una terra rosso fuoco bruciata dal sole, penetrata in profondondita' dai secolari olivi piegati dal vento, bagnata dal mare e dal sudore dei suoi braccianti: la terra del Salento. Radici che nel tempo attraversano il mare, amato specchio della contemplazione delle vergini salentine, per approdare su altre sponde, quelle greche, dove è riscontrabile un legame intrinseco tra le tarantate e le loro madri mitiche, vergini sottomesse alla stessa violenza dell’imperativo biologico e culturale che le volle madri, introducendole al silenzio familiare prima e a quello sociale poi: il silenzio della sposa.Questa reclusione condanna alla fragilità dell’unità psichica di un’esistenza femminile costantemente esposta alla crisi.

La crisi cercava l’occasione, approfittando magari di una situazione di “morso possibile” (raccolto dei frutti estivi, dormire nel campo, ecc) o addirittura non salvava neanche questa parvenza di credibilita’ tanto era il suo bisogno di scatenarsi. Infatti, la Taranta, il morso, il veleno hanno nel tarantismo un valore simbolico. 

L’animale, secondo il mito, ha diversa grandezza e colori, danza secondo diverse melodie e il suo morso comunica alla vittima corrispondenti inclinazioni coreutiche, melodiche, e cromatiche. Tarante ballerine, canterine, sensibili al canto e alla musica; tarante tristi, mute stimolate da nenie funebri; tarante tempestose, libertine, dormienti, che insinuano, nelle vene della vittima, il veleno che le condannerà al ripetersi della crisi, dei ri-morsi, fino alla morte della taranta e della sua prole. 

Il primo morso si verifica in momenti di ‘pungente’ sofferenza, coincide spesso con eventi dolorosi che segnano l’esistenza della tarantata: la morte di una persona cara, un amore precluso, l’obbligo del matrimonio, la violenza familiare. Dopo aver ricevuto il morso ha inizio il delirio, la “possessione” da parte della bestia danzante e il ballo che dura per giorni e che si rinnova, insieme alla crisi, ogni anno nello stesso periodo e cioè nelle vicinanze della Festa di S.Pietro e Paolo, il 29 giugno, data in cui tutti i tarantati del Salento si recano alla cappella di S.Paolo, a Galatina, per ringraziare il santo della guarigione ottenuta durante la cura coreutica-musicale domiciliare. Qui è evidente il processo di disgregazione subito dal tarantismo per effetto del sincretismo cattolico. 

Nel processo medievale contro i culti pagani ingaggiato dal Cristianesimo in espansione, si rileva la sostituzione con feste cristiane nelle date e nei luoghi in cui erano celebrate quelle pagane. La conseguenza piu’evidente, specie nelle campagne fu l’aggravarsi di disordini psichici di cui le feste pagane erano state un orizzonte di controllo; il che costrinse la Chiesa a riadattare le feste giungendo a compromessi tra clero e vecchie forme di disciplina coreutico-musicale eredi dei culti pagani. 

La caratteristica essenziale della catarsi musicale consiste nell’esplorazione musicale della tarantata da parte di un’orchestrina per individuare la musica adatta a “scazzicare” la taranta in causa e che la porta ad abbandonare lo stato d’inerzia, che la costringe a terra, ed iniziare il suo ballo. La testa batte violentemente il tempo e l’onda sonora si propaga per tutto il corpo in un processo d’identificazione zoantropica. Le tarantate sono stimolate da una sola tonalità rimanendo insensibile a tutte le altre. Gli strumenti che più le rapiscono -nella prospettiva di “liberarle”- sono il tamburello, principale responsabile del beat della sezione ritmica, e il violino per l’off beat della sezione melodica.

Il modulo coreutico-musicale consiste nella protezione dalla crisi ricorrendo a gesti, figure, suoni, ritmi e melodie tradizionalizzati; attraverso la musica, l’influenza esercitata dagli strumenti e il ballo, le tarantate cadono in una trance, in uno stato alterato di coscienza che offre loro l’opportunità’di indossare la maschera sociale, culturalmente plasmata e riconoscibile dalla comunità: essere libere di esprimere il proprio disagio esistenziale, il dolore inespresso delle classi subalterne, di realizzare in simbolo le frustrazioni, di defluire in maniera alienata l’aggressività contro i mariti e le famiglie, di gridare la propria sofferenza (l’ahììì della crisi), richiamando l’attenzione della comunità che normalmente non si occupa di loro. Il tarantismo, come trattamento tradizionalizzato e socializzato, permette a chi indossa la sua maschera di alleggerire la vita quotidiana dal carico di sofferenza dell’inconscio altrimenti estremamente pericoloso. 


Demelza Greco

Bibliografia: 
Ernesto De Martino, “La terra del rimorso”. 
Laura Faranda, “Dimore del corpo”, “Medusa allo specchio”. 
Luigi Chiriatti, “O pillopillopìopillopillopà”. 



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